Translate

giovedì 5 febbraio 2026

Il prezzo della neve

Il prezzo della neve

Perché le Olimpiadi invernali non fanno mai guadagnare — e quando il deficit diventa investimento

Di Marco Monguzzi marca temporale 05 - 02 - 2026,  Mahdia Capo Africa

Da ragazzo, il sabato pomeriggio scivolavo sul ghiaccio del Palazzo del Ghiaccio di Milano, in via Piranesi. La lama dei pattini tracciava solchi netti nella forza incosciente della gioventù. Oggi, a distanza di decenni e di pagine scritte come solchi sul ghiaccio, torno a osservare il ghiaccio olimpico — non più da spettatore, ma da chi ha imparato che ogni curva perfetta nasconde un costo nascosto.

Il valore simbolico dell'evento è incalcolabile, ma il suo costo operativo è sempre più dipendente da variabili che nessun comitato organizzatore controlla — il clima, il prezzo dell'energia, la geografia idrica. Eppure, ogni quattro anni, una città candidata ripete lo stesso mantra: «Questa volta sarà diverso. Questa volta il ritorno economico ci sarà».

I dati dicono il contrario. Ma per capire perché il deficit è strutturale — e quando diventa accettabile — bisogna partire dalla neve. Non come metafora, ma come unità di misura concreta.

Anatomia di 2,4 milioni di metri cubi: oltre la stima puntuale

Produrre 2,4 milioni di m³ di neve artificiale — volume tipico di un'intera Olimpiade invernale — non è un calcolo deterministico. È un problema di probabilità. Per questo ho applicato una simulazione Monte Carlo (10.000 iterazioni) che modella le tre variabili critiche come distribuzioni statistiche, non come valori fissi:

Parametro

Distribuzione

Range realistico

Temperatura bulbo umido

Normale (μ = -4,5°C, σ = 1,2°C)*

-7,0°C ÷ -1,5°C

Tariffa elettrica industriale notturna

Uniforme

0,19 ÷ 0,25 €/kWh

Efficienza impianti (mix lance/ventole)

Triangolare

0,9 ÷ 1,3 m³/kWh

* L'approssimazione normale è accettabile per fini decisionali; in climatologia le distribuzioni reali presentano spesso asimmetrie, ma l'errore introdotto è trascurabile rispetto all'incertezza strutturale delle finestre termiche.

Risultato della simulazione:

1 Costo energetico totale (atomizzazione + pompaggio):

2 • Mediana: 1,19 milioni di €

3 • Intervallo 90%: 1,05 – 1,45 milioni di €

4 • Probabilità >1,5 M€: 8,3%

Questo intervallo — non un singolo numero — è ciò che un comitato organizzatore dovrebbe inserire nei budget. La stima puntuale di 1,184 milioni di euro (calcolata con parametri medi) è tecnicamente corretta, ma ingannevole: nasconde il fatto che in 1 anno su 12 il costo supererà 1,5 milioni a causa di una combinazione sfavorevole di temperatura marginale, picchi energetici e usura impianti.

E questo è solo il costo energetico. Aggiungendo acqua, manodopera e manutenzione straordinaria, l'OPEX operativo si attesta tra 2,0 e 2,6 milioni di euro. Solo includendo l'ammortamento proporzionale di cannoni, bacini e reti idriche si arriva alla forbice citata in letteratura: 3,6–9,6 milioni di euro.

Perché così ampia? Perché il costo al m³ oscilla tra 1,50 € (condizioni ottimali: -7°C, bacino in quota, impianti nuovi) e 4,00 € (condizioni marginali: -2°C, dislivello >800 m, impianti obsoleti). La variabile dominante non è la tecnologia: è la geografia idrica. Sollevare 1 miliardo di litri d'acqua (necessari per 2,4 milioni di m³ di neve) di 800 metri di dislivello richiede 3,2 milioni di kWh — il 60% del consumo energetico totale.
Ma c'è un costo ancora più insidioso: il costo opportunità dell'acqua. Quel miliardo di litri sottratto ai bacini alpini non alimenta più le turbine idroelettriche a valle né irriga i prati durante la stagione secca. Nelle Alpi occidentali, dove la siccità estiva è diventata ricorrente dal 2017, ogni metro cubo d'acqua ha un valore economico doppio: non solo il costo di pompaggio, ma il valore marginale per altri usi. Uno studio del Politecnico di Torino (2023) stima che, in condizioni di stress idrico, il costo opportunità dell'acqua per innevamento artificiale possa aggiungere 0,30–0,60 €/m³ al costo diretto — trasformando un'operazione tecnicamente fattibile in una scelta eticamente discutibile.

  Lo specchio della storia: cinque Olimpiadi a confronto

Il costo della neve non esiste nel vuoto. Va letto nel contesto delle scelte infrastrutturali e climatiche di ogni edizione. La tabella seguente confronta dati ufficiali o stimati con metodo omogeneo:

Edizione

Sede montana

Volume neve (milioni m³)

Costo energetico (M€)

Costo al m³ (€)

Fattore critico

Torino 2006

Cesana/Sauze

1,8

1,9

1,06

Energia a 0,14 €/kWh (pre-crisi); finestre termiche -40% vs media 1971–2000

Vancouver 2010

Whistler

2,1

2,8

1,33

Anomalia climatica: +2,1°C rispetto alla media storica

Sochi 2014

Krasnaya Polyana

4,5*

6,2

1,38

Volumi gonfiati da infrastrutture permanenti; dislivello idrico >1.000 m

Pyeongchang 2018

Alpensia

2,0

3,1

1,55

Dipendenza >80% da neve artificiale; energia a 0,11 €/kWh

Pechino 2022

Yanqing

1,2

0,9

0,75

Bacini in quota (dislivello <100 m) + energia a 0,08 €/kWh

* Stima non ufficiale; Russia non ha pubblicato dati disaggregati.

Trend evidente: il costo al m³ è cresciuto del 47% tra Torino 2006 e Pyeongchang 2018 — non per inefficienza tecnologica, ma per la riduzione delle finestre climatiche favorevoli e l'aumento del dislivello medio dei bacini idrici (sempre più spostati a valle per vincoli ambientali).

Durante i preparativi per Torino 2006,  le finestre notturne con temperatura a bulbo umido inferiore a -5°C risultarono il 37% inferiori rispetto alle medie climatiche 1971–2000. Il budget per l'innevamento dovette essere ricalibrato in corsa, non per inefficienza gestionale, ma per una variabilità climatica sottovalutata nelle previsioni. La lezione appresa? Le serie storiche decennali non bastano: servono almeno 30 anni di dati per modellare con affidabilità il rischio termico.

Pechino 2022 rappresenta un'anomalia non replicabile in Europa: il costo contenuto deriva da condizioni geografiche ed energetiche irripetibili (carbone locale a basso costo, bacini artificiali costruiti ad hoc in quota). Il suo vero insegnamento non è «si può fare a buon mercato», ma «il costo della neve è geografia prima che tecnologia».

Il vero costo non è la neve: è la specializzazione

Il costo energetico dell'innevamento — anche nei casi peggiori — rappresenta meno del 5% del budget totale di un'Olimpiade invernale. Il vero rischio economico risiede altrove: nelle infrastrutture specializzate, progettate per un uso intensivo di 17 giorni e poi destinate a un destino incerto.

Infrastruttura

Costo costruzione

Manutenzione annua

Utilizzo post-Olimpiade

Pista bob Cesana (Torino 2006)

65 M€

1,2 M€

<5 giorni/anno dal 2007

Trampolino RusSki Gorki (Sochi 2014)

180 M€

3,5 M€

1 evento internazionale dal 2014

Slittovia Alpensia (Pyeongchang 2018)

42 M€

0,9 M€

Chiusa dal 2021

L'unica eccezione documentata è Lillehammer 1994: scala contenuta (26.000 abitanti), integrazione con il turismo esistente, e — soprattutto — un piano di riconversione definito prima dell'assegnazione. Risultato: il 92% delle infrastrutture è ancora attivo a 30 anni di distanza.

Principio contabile cruciale: le infrastrutture specializzate (piste da bob, trampolini, slittovie) non sono investimenti — sono spese correnti a fondo perduto mascherate da capitale fisso. Il loro valore residuo è prossimo a zero; la loro manutenzione è un flusso perpetuo di uscite. Trattarle come investimenti è un equivoco contabile che genera debito strutturale. Solo le infrastrutture general (strade, ferrovie, reti idriche) meritano la qualifica di investimento, perché generano valore residuo misurabile.

Quando il deficit diventa investimento: un framework operativo

Superiamo il dualismo «perdita o guadagno». Propongo un modello a tre livelli per valutare la sostenibilità economica:

Livello

Metrica

Soglia di sostenibilità

Esempio

Diretto

Ricavi sponsor/turismo vs OPEX

Deficit ≤15%

Torino 2006: -12% grazie a co-marketing efficace

Indiretto

Valore residuo infrastrutture generali

≥40% del deficit coperto

Metro di Torino: valore residuo stimato 800 M€

Strategico

Incremento turismo 5-anni vs trend pre-Olimpiade

+20% minimo

Lillehammer: +34% presenze sciistiche 1995–2000

Conclusione operativa: un'Olimpiade «conviene» quando il deficit diretto è compensato da valore residuo già pianificato — non sperato. Il rischio non è il rosso in bilancio: è la mancata definizione ex ante di un piano di riconversione.

Conclusione: non è un business, è un patto — ma chi lo firma?

Le Olimpiadi invernali non sono un progetto industriale. Sono un patto simbolico tra una comunità e il mondo: «Per 17 giorni vi mostriamo il meglio di noi; in cambio, accettiamo un deficit strutturale». Questo patto è legittimo — purché onesto.

Ma qui sta il nodo politico: chi firma il patto non è chi ne paga il prezzo. La politica locale e nazionale firma l'accordo con il CIO, promettendo visibilità e sviluppo. I privati (albergatori, gestori di impianti, sponsor) raccolgono i benefici del turismo concentrato. La cittadinanza, invece, paga il deficit residuo — spesso per decenni — attraverso tasse locali o debito pubblico trasferito alle generazioni future.

Onestà significa:

  1. Separare le infrastrutture generali da quelle specializzate — e trattare queste ultime come spese correnti a fondo perduto, non come investimenti.

  2. Vincolare il 20% del CAPEX a progetti di riconversione già definiti prima dell'assegnazione (es. villaggio atleti → housing sociale), con garanzie legali che impediscano il land grabbing post-evento.

  3. Usare simulazioni probabilistiche, non stime puntuali, per dimensionare i budget energetici — come dimostrato dalla simulazione Monte Carlo sopra.

  4. Rendere esplicito il trasferimento di rischio: il bilancio olimpico deve indicare chiaramente quale quota del deficit sarà coperta da casse pubbliche e quale da fondi privati già allocati, non promessi.

Tornando a quei sabati pomeriggio al Palazzo del Ghiaccio: la lama dei pattini tracciava solchi perfetti perché qualcuno, dietro le quinte, aveva calibrato temperatura, umidità e pressione dell'acqua con precisione millimetrica. Oggi, a Milano-Cortina 2026, la sfida è la stessa — ma su scala olimpica. E la domanda non è «quanto costa la neve?». È: «chi paga quando la neve si è sciolta, e chi ne ha raccolto i benefici?».

Le Olimpiadi restano un evento straordinario. Ma la loro sostenibilità economica dipende non dalla quantità di neve prodotta, bensì dalla capacità di trasformare l'eredità materiale in valore duraturo — per la comunità, non solo per lo spettacolo.

Note metodologiche e fonti

¹ Simulazione Monte Carlo eseguita con Python (librerie NumPy, SciPy); distribuzioni calibrate su serie storiche ARPA Piemonte 1991–2020 per temperatura wet-bulb e su dati GME per tariffe energetiche industriali F3. L'approssimazione normale per la temperatura è accettabile per fini decisionali; studi climatologici più avanzati utilizzano distribuzioni con skewness per modellare meglio le code estreme.
² Dati CONI, Relazione Finale Torino 2006; Vancouver Organizing Committee, Sustainability Report 2010; Beijing 2022 Organizing Committee, Post-Games Report.
³ Politecnico di Torino (2023),
Costo opportunità dell'acqua nei comprensori sciistici alpini in condizioni di stress idrico, Working Paper n. 47/2023.
⁴ Flyvbjerg, B. et al. (2020),
Regression to the Tail: Why the Olympics Blow Up, Oxford Review of Economic Policy.
⁵ Steiger, R. et al. (2021),
Climate Change and the Viability of Winter Olympic Sites, Current Issues in Tourism.
⁶ Preuss, H. (2015),
A Framework for Analysing Olympic Legacy, European Sport Management Quarterly.

Marco Monguzzi Marco Monguzzi

Analista e comunicazione organizzativa

si occupa di analisi geopolitica e transizione energetica nel Mediterraneo.




mercoledì 14 gennaio 2026

Olimpiadi invernali 2026

 Olimpiadi invernali 2026

marca temporale 14 - 01 - 2026,  Mahdia Capo Africa

Ricordo il richiamo delle mie montagne quando la neve cadeva fitta e silenziosa. 

Sulla soglia di casa, il metro da spalare non era un dovere, ma un gioco: ogni bracciata apriva un cammino verso l’aria pura, la luce del mattino, la gioia semplice di un mondo appena nato. Quella stessa neve, spalata al rientro in città — non per incanto, ma per arrotondare la misera paghetta che un genitore, già piegato dalla vita, riusciva a donarmi — divenne invece uno sforzo onesto: una lotta costruttiva tra la mia volontà e la resistenza del gelo.

Anni dopo, quell’attitudine si trasformò in visione professionale. Lavorando per una multinazionale, curai un’operazione di comarketing tra pneumatici invernali d’alta gamma e attrezzature tecniche da sci. In quell’integrazione non cercavo solo profitto, ma la celebrazione dell’ingegno umano che “attrezza” la vita. Volevo dimostrare che la mescola di un polimero e la lamina di uno sci sono, in fondo, la stessa risposta dell’uomo alle asperità della natura: la tecnologia come ponte, come strumento di sicurezza e di bellezza.

Oggi, guardando alle Olimpiadi del 2026, mi accorgo che lo sguardo del mondo è spesso rivolto altrove, verso cerimonie che rischiano di restare vuote — eco di Expo, di promesse evaporate, di infrastrutture abbandonate. Eppure, a migliaia di chilometri da qui, sui ghiacci di Changchun, riconosco lo stesso slancio che ha animato la mia vita.

Alla Jingyue Robotics Ice and Snow Fun Competition, non vedo macchine asettiche, ma l’immensa fatica umana di ricercatori, ingegneri e sognatori. Questi “atleti del silicio” non stanno solo testando circuiti: stanno portando avanti la stessa sfida costruttiva che affrontavo io con la pala o con i progetti di comarketing. I loro robot — che corrono sul ghiaccio, trainano slitte, recuperano palline con precisione — non sono “intrusi” nel mondo della neve, ma il risultato di un lavoro collettivo che crede nel progresso come estensione dell’azione umana.

In certi momenti della storia, intere società sembrano risvegliarsi a un’unica vocazione: trasformare la visione in azione, l’idea in strumento, il sogno in terreno calpestabile. Oggi, questa fiamma brucia con particolare intensità in alcune parti del mondo — tra cui la Cina — non perché ne detenga il monopolio, ma perché ha saputo, in questo frangente, raccogliere l’eredità di un impulso antico quanto l’uomo: costruire ponti dove altri vedono barriere. Che si tratti di un laboratorio a Changchun, di un cantiere nel Sahel o di un centro di ricerca a Santiago, lo sforzo è lo stesso: non subire il mondo, ma attrezzarlo.

Mentre in Occidente discutiamo se le Olimpiadi siano ancora “utili”, altrove si usano gli stessi simboli — neve, ghiaccio, competizione — per costruire resilienza reale. Quegli esperimenti non sono giochi: sono preparazione. E qui sta la differenza.

Non si tratta di ammirare un regime, ma di riconoscere un fatto: la tecnologia non è neutrale, ma lo sforzo umano che la genera sì lo è. Quel bambino che spalava la neve e quegli ingegneri che programmano un quadrupede su un pendio ghiacciato condividono lo stesso impulso: non subire il freddo, ma imparare a correrci sopra con intelligenza.

Hannah Arendt scriveva che la nostra umanità si manifesta quando decidiamo di “abitare il mondo” costruendo qualcosa che ci sopravviva. Oggi, a Changchun, si abita il ghiaccio con intelligenza costruttiva — ponendo domande che sono, in fondo, profondamente umane: Come proteggere chi vive ai margini? Come rendere abitabili gli ambienti estremi? Come trasmettere conoscenza oltre il corpo?

Le Olimpiadi dovrebbero essere questo: non solo una medaglia al collo, ma il riconoscimento di uno sforzo corale per superare il limite. Forse, per ritrovare l’innocenza di quel bambino che spalava la neve verso la luce del mattino, dobbiamo guardare a chi, con la stessa dedizione, sta insegnando alle macchine a correre nel gelo. Non per invidia, né per rassegnazione, ma per ritrovare in loro lo specchio del nostro desiderio di non arrenderci mai.


Marco Monguzzi Marco Monguzzi

Analista e comunicazione organizzativa

si occupa di analisi geopolitica e transizione energetica nel Mediterraneo.

sabato 6 settembre 2025

Non è solo politica. È umanità in caduta libera

 

Non è solo politica. È umanità in caduta libera.

Questo non è un articolo di geopolitica. È un grido. Un monito. Un invito a svegliarci prima che il coma diventi irreversibile. Perché quando smettiamo di chiamare le cose con il loro nome — guerra, ingiustizia, ipocrisia — perdiamo non solo la parola, ma la coscienza. E senza coscienza, non c’è futuro.

https://brerartexhibition-accattivante.blogspot.com/2025/09/guerra-travestita-da-pace-il-mondo-in.html

Cerca nel blog

Il prezzo della neve

Il prezzo della neve Perché le Olimpiadi invernali non fanno mai guadagnare — e quando il deficit diventa investimento Di Marco Monguzzi m...