Olimpiadi invernali 2026
marca temporale 14 - 01 - 2026, Mahdia Capo Africa
Ricordo il richiamo delle mie montagne quando la neve cadeva fitta e silenziosa.
Sulla soglia di casa, il metro da spalare non era un dovere, ma un gioco: ogni bracciata apriva un cammino verso l’aria pura, la luce del mattino, la gioia semplice di un mondo appena nato. Quella stessa neve, spalata al rientro in città — non per incanto, ma per arrotondare la misera paghetta che un genitore, già piegato dalla vita, riusciva a donarmi — divenne invece uno sforzo onesto: una lotta costruttiva tra la mia volontà e la resistenza del gelo.
Anni dopo, quell’attitudine si trasformò in visione professionale. Lavorando per una multinazionale, curai un’operazione di comarketing tra pneumatici invernali d’alta gamma e attrezzature tecniche da sci. In quell’integrazione non cercavo solo profitto, ma la celebrazione dell’ingegno umano che “attrezza” la vita. Volevo dimostrare che la mescola di un polimero e la lamina di uno sci sono, in fondo, la stessa risposta dell’uomo alle asperità della natura: la tecnologia come ponte, come strumento di sicurezza e di bellezza.
Oggi, guardando alle Olimpiadi del 2026, mi accorgo che lo sguardo del mondo è spesso rivolto altrove, verso cerimonie che rischiano di restare vuote — eco di Expo, di promesse evaporate, di infrastrutture abbandonate. Eppure, a migliaia di chilometri da qui, sui ghiacci di Changchun, riconosco lo stesso slancio che ha animato la mia vita.
Alla Jingyue Robotics Ice and Snow Fun Competition, non vedo macchine asettiche, ma l’immensa fatica umana di ricercatori, ingegneri e sognatori. Questi “atleti del silicio” non stanno solo testando circuiti: stanno portando avanti la stessa sfida costruttiva che affrontavo io con la pala o con i progetti di comarketing. I loro robot — che corrono sul ghiaccio, trainano slitte, recuperano palline con precisione — non sono “intrusi” nel mondo della neve, ma il risultato di un lavoro collettivo che crede nel progresso come estensione dell’azione umana.
In certi momenti della storia, intere società sembrano risvegliarsi a un’unica vocazione: trasformare la visione in azione, l’idea in strumento, il sogno in terreno calpestabile. Oggi, questa fiamma brucia con particolare intensità in alcune parti del mondo — tra cui la Cina — non perché ne detenga il monopolio, ma perché ha saputo, in questo frangente, raccogliere l’eredità di un impulso antico quanto l’uomo: costruire ponti dove altri vedono barriere. Che si tratti di un laboratorio a Changchun, di un cantiere nel Sahel o di un centro di ricerca a Santiago, lo sforzo è lo stesso: non subire il mondo, ma attrezzarlo.
Mentre in Occidente discutiamo se le Olimpiadi siano ancora “utili”, altrove si usano gli stessi simboli — neve, ghiaccio, competizione — per costruire resilienza reale. Quegli esperimenti non sono giochi: sono preparazione. E qui sta la differenza.
Non si tratta di ammirare un regime, ma di riconoscere un fatto: la tecnologia non è neutrale, ma lo sforzo umano che la genera sì lo è. Quel bambino che spalava la neve e quegli ingegneri che programmano un quadrupede su un pendio ghiacciato condividono lo stesso impulso: non subire il freddo, ma imparare a correrci sopra con intelligenza.
Hannah Arendt scriveva che la nostra umanità si manifesta quando decidiamo di “abitare il mondo” costruendo qualcosa che ci sopravviva. Oggi, a Changchun, si abita il ghiaccio con intelligenza costruttiva — ponendo domande che sono, in fondo, profondamente umane: Come proteggere chi vive ai margini? Come rendere abitabili gli ambienti estremi? Come trasmettere conoscenza oltre il corpo?
Le Olimpiadi dovrebbero essere questo: non solo una medaglia al collo, ma il riconoscimento di uno sforzo corale per superare il limite. Forse, per ritrovare l’innocenza di quel bambino che spalava la neve verso la luce del mattino, dobbiamo guardare a chi, con la stessa dedizione, sta insegnando alle macchine a correre nel gelo. Non per invidia, né per rassegnazione, ma per ritrovare in loro lo specchio del nostro desiderio di non arrenderci mai.
Marco Monguzzi Marco Monguzzi
Analista e comunicazione organizzativa
si occupa di analisi geopolitica e transizione energetica nel Mediterraneo.
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